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tintorìa sf. [sec. XVI; da tintore]. 1) Arte e tecnica del tingere. 2) Fabbrica o laboratorio in cui si tingono fibre tessili, pelli ecc. 3) Laboratorio in cui si eseguono le operazioni di smacchiatura e di tintura dei capi di vestiario
Storia
Nell'antichità le possibilità di tintura erano strettamente legate alla reperibilità in loco dei materiali utilizzati che condizionavano la scelta dei colori e quindi il gusto locale. Gli Egiziani tingevano con grande abilità il lino, nella gamma dei gialli e dei rossi con: l'hennè, il cartamo, lo zafferano, la curcuma, grazie anche alla possibilità di usare come mordente l'allume di cui possedevano giacimenti. In Mesopotamia sin dal IV millennio a.C., si tingeva la lana con colori brillanti, in particolare i Caldei e i Babilonesi, che apprezzavano la ricchezza dei colori e lo sfarzo nell'abbigliamento, avevano messo a punto una tecnica per mescolare i colori della lana, che tingevano in fiocco, durante la filatura. Gli ebrei tingevano in matassa, usando il kermes, un parassita della quercia, i mirtilli, le galle di quercia e il bitume del mar Morto per ottenere il nero. I più conosciuti tintori del Mediterraneo furono i Fenici, a loro è attribuita la scoperta, verso la metà del XV secolo a.C., della tintura ricavata dai molluschi della famiglia murex che dava il colore porpora. Sfruttando la produzione e la commercializzazione della pregiatissima porpora impiantarono una vera industria, forse la prima del Mediterraneo. In India fin dal III millennio a.C. le tecniche di tintura erano molto raffinate (batik e tie and dye), il materiale tinto era il cotone (filo), il colore economicamente più importante l'indaco. In Cina l'arte della tintura, con quella della bachicoltura e della produzione della seta, era tenuta segreta e i loro prodotti erano monopolio della corte imperiale, benchè notizie sulla lavorazione della seta siano reperibili su manoscritti che risalgono al III secolo a. C. poco sappiamo delle tecniche di tintura antiche. In Giappone alcuni dei colori usati per tingere la seta dei kimono venivano ricavati dalle alghe. In sud America Maya, Aztechi, Toltechi e Inca tingevano con raffinatezza cotone o lana di alpaca e vigogna con colori molto brillanti ottenuti con radici, cortecce, legno e rosso di cocciniglia. Questi materiali, dopo la scoperta delle Americhe rivoluzionarono la tintura in Europa.
Nel medioevo grazie alla confraternita degli Umiliati, che organizzarono la tessitura nel nord Italia, la tintura cominciò a svilupparsi, uscendo dall'ambito domestico, le Corporazioni delle Arti e Mestieri permisero ai tintori di organizzarsi e tutelarsi con statuti che regolamentavano la materia. Nacque una piccola industria, forse l'unica dell'epoca, che importava le materie prime, sia tessili che tintorie, e esportava il prodotto finito di ottima qualità. L'Arte dei Tintori a Firenze si divideva in tre gruppi, quelli dell'Arte Maggiore, che tingeva i tessuti nei colori più vari, quelli dell'Arte Minore, specializzati nelle diffuse tinture di color rosso utilizzando come colorante la robbia e quelli dell'Arte del Guado, altro vegetale usato per ottenere una vasta gamma di azzurri.
Ma la vera rivoluzione arrivò nel 1856 quando l'inglese William Henry Perkin scoprì accidentalmente un colore malva derivato dall'anilina. Per la fine del secolo molti coloranti naturali furono sostituiti da quelli chimici, per l'inizio della prima Guerra mondiale completamente scomparsi.
Blu Bruno Giallo Rosso Verde Viola Procedimento
tinto in pasta quando il colorante viene aggiunto prima dell'estrusione. Si conosce l'acrilico, il poliestere |
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